
Sovranità digitale. Un mantra ripetuto in ogni convegno e documento strategico. Dietro la retorica, però, la domanda è semplice:
Stiamo davvero costruendo sovranità digitale o rischiamo di certificare dipendenze con un’etichetta rassicurante?
Il tema è cruciale per l’Italia e per l’Europa: sicurezza, trasparenza e competitività non sono slogan, ma condizioni di sopravvivenza in un contesto geopolitico incerto e instabile. Eppure, il rischio è che il Cloud Sovereignty Framework e il Sovereign Cloud Tender diventino un esercizio di marketing, anziché un’opportunità e un volano per l’industria europea.
La Commissione Europea, attraverso il Digital Sovereignty Framework, ha definito i pilastri della sovranità digitale, che possiamo sintetizzare in tre ambiti fondamentali:
Il mercato europeo è un mosaico di soluzioni. Da un lato i grandi hyperscaler globali, capaci di offrire piattaforme ricche di funzionalità, scalabili e flessibili, certificate, con capacità di investimento enormi e un vantaggio di mercato evidente e difficilmente attaccabile nel breve. Dall’altro i provider locali ed europei che garantiscono maggiore controllo, trasparenza, e aderenza alle normative comunitarie, ma con capacità di investimento e set di servizi più limitati.
Questa pluralità non è un fallimento, ma il fondamento di una strategia consapevole di resilienza e creazione del valore. Non potremo raggiungere la sovranità digitale totale in tempi compatibili con le esigenze attuali, ma possiamo costruire un ecosistema in cui le scelte degli utenti – istituzioni, aziende, cittadini - siano informate e consapevoli.
Lo sforzo dell’Europa nel modellare degli indicatori di Sovranità Digitale oggi si concentra sugli aspetti prettamente tecnologici: dati, gestione, tecnologie.
La vera sfida è evitare che la compliance tecnologica diventi un vantaggio esclusivo per i grandi player extraeuropei. Serve visione sistemica, che comprenda anche l’analisi del rischio, le filiere di controllo, le competenze, la fiscalità. Insomma, valutando sia gli aspetti tecnologici sia l’impatto sul territorio.
Sovranità come sintesi di tecnologia, filiera ed impatto quindi, con un approccio che consenta ad ogni organizzazione di valutare rischi e opportunità, misurando anche gli impatti: quali dati e servizi richiedono il massimo livello di controllo, anche a costo di rinunciare a funzionalità avanzate, e quali possono beneficiare delle capacità dei grandi player globali. Quali dati e servizi dovranno garantire la resilienza anche in caso di potenziali situazioni estreme, come ad esempio l’indisponibilità di Internet o di un hyperscaler globale (criticità che viviamo saltuariamente a causa di attacchi cyber o di errori operativi già oggi).
Non si tratta solo di sede legale in Europa o di tecnologia, ma di impatto economico e sociale.
Il procurement pubblico è una leva per orientare crescita e innovazione digitale europea. Sarà efficace solo se premierà governance trasparente e competenze radicate nel territorio, capace di generare ricadute sociali, economiche e finanziarie.
Questa è l’opportunità per alimentare e sostenere nicchie di eccellenza che ben conosciamo in altri ambiti produttivi del Made in Italy e del Made in Europe. Il procurement pubblico può diventare il catalizzatore di questa strategia di sviluppo del valore territoriale.
La sovranità digitale,
per Deda, non è solo una questione di indipendenza tecnologica, ma una vera
occasione per innovare e creare valore. Il punto di partenza è semplice: la fiducia
nasce dalla trasparenza su dove sono i dati, chi li gestisce e quali competenze
sono coinvolte.
I nostri investimenti nei
laboratori di co-innovazione con il mondo della ricerca ci permettono di
sviluppare architetture aperte e resilienti, creare filiere tracciabili e
trasparenti di dati e modelli (data & model lineage). Questo ci permette di
avere un’architettura che ci garantisce la governance: modelli di gestione che
assicurano controllo locale e riducono la dipendenza da fornitori esterni.
La realizzazione di Intacture,
il data center ipogeo in Trentino, tramite un partenariato pubblico-privato completamente
italiano, è un altro elemento fondante: non è solo un’infrastruttura di Data
Center moderna, attenta alla sostenibilità e a basso impatto ambientale, ma un
ecosistema aperto che abilita servizi avanzati di intelligenza artificiale di
precisione, rafforzando il ruolo del territorio nel panorama digitale europeo.
Per la Pubblica
Amministrazione e i settori regolamentati, sapere dove risiedono i dati e chi
li tratta è fondamentale per garantire sicurezza e rispetto delle regole. Con
Deda Next, proponiamo soluzioni applicative italiane, sicure e conformi alle
normative europee, progettate per essere interoperabili e sostenibili.
Deda è una realtà in
grado di gestire l’intera filiera tecnologica: dall’infrastruttura fisica
sicura e sostenibile, alla piattaforma di computing federata, fino alle
applicazioni specialistiche per la Pubblica Amministrazione e i settori
critici. Questa capacità ci permette di offrire servizi che puntano alla sovranità
digitale tramite tecnologia, competenze e governance.
Guardando avanti, dobbiamo chiederci: quale livello minimo di sovranità digitale è davvero necessario per chi utilizza piattaforme digitali? Quali risorse digitali fondamentali dobbiamo garantirci per non restare esclusi in caso di crisi, come l’indisponibilità di Internet o dei grandi fornitori globali? In quali ambiti è indispensabile applicare regole stringenti? E quale ruolo può giocare il procurement pubblico per sostenere una vera sovranità digitale europea? La sovranità digitale non è un’etichetta, ma una responsabilità e una consapevolezza condivise: tecnologia, competenze, filiere e impatto territoriale devono andare di pari passo. Solo così potremo garantire all’Italia e all’Europa un ruolo nel futuro digitale.
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