
Due dirigenti osservano in silenzio una dashboard di sicurezza, sullo sfondo le luci della città. Nel 2025, il cyberspazio non è più un dominio astratto riservato ai tecnici. È diventato una variabile geopolitica, un fattore finanziario e un elemento strutturale della competitività aziendale.
Eppure, in molte boardroom, il cyber risk viene ancora percepito come un “problema IT”, una questione legata alla gestione e manutenzione tecnica dei sistemi informatici.
Una visione obsoleta, che ignora una verità ormai evidente: il rischio informatico è un rischio di business. E può determinare, in poche ore, la continuità o la crisi di un’intera organizzazione.
Per anni la cybersicurezza si è appoggiata su un modello lineare: costruire barriere più alte, aggiungere livelli di protezione, prevenire gli incidenti. Un paradigma perimetrale che si reggeva su un presupposto semplice: c’è un interno sicuro e un esterno ostile.
Il successo era misurato in modo binario: nessun incidente = strategia efficace.
Di conseguenza, molti investimenti si sono trasformati in una sommatoria di tecnologie che promettono protezione. Oggi questo approccio non regge più.
Il perimetro è diventato liquido, frammentato tra cloud, lavoro ibrido, ecosistemi di partner e supply chain digitali. Non esiste più un confine chiaro da difendere, né una barriera abbastanza solida da garantire l’impenetrabilità.
Inoltre, il continuo accumulo di livelli di difesa e la moltiplicazione di strumenti e dashboard hanno generato una tale complessità gestionale da mettere sotto pressione, nel tempo, i team di sicurezza aziendali.

Nell’attuale scenario, vulnerabilità tecnologiche e interdipendenze operative espongono le organizzazioni a rischi sistemici.
Non parliamo più di attacchi isolati, ma di minacce adattive, automatizzate, scalabili. Tra le più rilevanti:
In questo contesto, la prevenzione da sola è insufficiente. Serve un cambio di paradigma.
Per raggiungere questo livello di resilienza, le organizzazioni devono adottare un framework di sicurezza adattivo, guidato dal business e abilitato dal digitale.
Quattro i pilastri fondamentali:
1. Governance integrata
La cybersecurity non è un silo tecnico, ma parte del modello di gestione del rischio, della strategia corporate e della compliance (NIS2, DORA, ESG digitale).
2. Resilienza architetturale
L’architettura Zero Trust elimina la fiducia implicita, segmenta gli ambienti e riduce la possibilità di movimento laterale degli attaccanti.
3. Difesa continua
Non si reagisce a un incidente, si opera in modalità di risposta costante: monitoraggio, analisi comportamentale, detection continua.
4. Comportamento proattivo
L’AI non è solo vettore di attacco, ma leva difensiva: anticipa i pattern ostili, automatizza la risposta a velocità macchina, rende la sicurezza dinamica.
La cybersecurity non può più essere relegata all’IT. È una competenza trasversale, una responsabilità condivisa e un pilastro della strategia aziendale. Integrare la sicurezza nelle decisioni del Consiglio di Amministrazione non è solo una scelta prudente, ma una condizione necessaria per garantire resilienza, continuità operativa e competitività nel medio-lungo periodo.
In un contesto in cui le minacce evolvono più rapidamente dei modelli tradizionali di difesa, la maturità digitale e la resilienza diventano elementi determinanti per la sostenibilità del business.
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